Carlo D’Arpe

I pensionati, come racconta la persona che presenta la candidatura di Carlo D’Arpa, sono spesso tutt’altro che persone con il tempo vuoto da impegni: tante volte hanno l’incombenza dei nipoti da gestire per aiutare i figli nell’organizzazione familiare e del lavoro, oppure familiari più anziani da accudire.
Nonostante i tanti impegni però, il signor Carlo D’Arpa già da quando era ancora al lavoro, svolge il suo servizio di laboratorio di lavorazione del legno con i bambini. Prima presso l’oratorio salesiano, dove durante i fine settimana teneva corsi di pirografo, e poi nelle scuole tramite un progetto organizzato, mette a disposizione dei più piccoli la sua passione per il legno e la sua vocazione di “ciappinaro”. “Loro si divertono, e anche io, questo è il risultato migliore. Se poi posso proporre ai giovani di oggi un’attività che sia un po’ più stimolante che battere le dita sui tasti di un videogioco o di un computer, tanto meglio” racconta il signor D’Arpa. E così, prima ai gruppi del fine settimana, e poi ai bimbi delle scuole, mosso innanzitutto dalla soddisfazione di vedere i piccoli apprendisti felici, insegna a lavorare il legno, mostrando tutte le tecniche che si usavano un tempo, quando ancora lui affiancava suo padre in tanti lavori, imparando poco alla volta, e le mette a confronto  con le tecniche di oggi. Ispirandosi alla vecchia figura del mastro bottega, ormai estinta, Carlo D’Arpa mostra le tecniche per tagliare il legno direttamente dai tronchi degli alberi, come applicare chiodi e viti, come rifinire con la carta vetrata. Ma anche piccole dimostrazioni della costruzione di circuiti elettrici per spiegare ai piccoli come accendiamo le nostre lampadine ogni giorno.

Un nonno moderno, diremmo, che progetta le sue attività anche al computer, sfidando lo stereotipo dell’anziano lontano da tutte le nuove tecnologie. Un vulcano, nelle parole di chi lo candida, che è stato fonte di ispirazione per tanti progetti, non solo nel campo del lengo.
Gesti di civiltà quelli di Carlo D’Arpa, nel mostrare un’arte antica e nel tenere vivi tanti piccoli gesti che oggi, tra Ikea e megastore del fai da te, hanno perso di significato, e nel mantenere nella nostra città l’antica tradizione dei artigiani. Così come nel dare il proprio tempo ai bimbi più piccoli, in un servizio volontario e gratuito, che va a togliere tempo alle tante incombenze di ogni giorno, ma fatto senza dubbio con gioia.

Condominio via Erbosa 7

In una società dove “assemblea condominiale” è spesso sinonimo di lite, toni alti, alzate di spalle, di ricerca ad ogni costo del proprio tornaconto personale, la storia del condominio di via Erbosa 7 suona come una favola.
All’inizio dell’estate, in assemblea, i due condomini che, abitualmente  e con la fiducia di tutti, durante il corso dell’anno si occupano della cura e del benessere giardino condominiale hanno fatto presente agli altri che, a causa delle partenze per ferie e vacanze, non potevano assicurare l’abituale impegno per tutta la durata dell’estate. In risposta a questo stato delle cose, gli altri inquilini hanno dimostrato spontaneamente la volontà di contribuire a loro volta in questa attività, stabilendo un calendario di turni in cui ciascuno curava le aree verdi per una piccola parte, in giorni prestabiliti.
“Un contributo che non è costato fatica a nessuno” racconta Nino Pizzimenti, abitante del condominio ”se non il piacere di bagnarsi i piedi per annaffiare le piante nel caldo estivo. Naturalmente abbiamo irrigato, poi , solo nelle ore serali, per ridurre al minimo l’evaporazione e per favorire anche un’ottica di risparmio idrico”.
Tante le personalità dei condomini, ma l’accordo ha funzionato: al punto che alla fine del periodo di cura condivisa del giardino, si è deciso di terminare l’esperienza con una grande grigliata collettiva, una vera e propria festa condominiale alla quale moltissimi hanno partecipato. “Con l’augurio che già dalla prossima occasione si possa trasformare in una festa di strada, coinvolgendo tutti i condomini della via”. Certo l’iniziativa ha favorito la conoscenza reciproca, pur mantenendo i caratteri di ciascuno: nelle parole degli inquilini si tratta semplicemente di coltivare una civile convivenza tra chi divide lo stesso palazzo o la stessa strada.

Antonella Tandi

Antonella Tandi riversa la sua anima civica nel lavoro di dada in un asilo bolognese, ma anche nell’arte, e soprattutto per il Giardino del Guasto.
Bologna era capitale Europea della cultura quando, nel 2000, Antonella assieme ad un gruppo di alcune colleghe artiste, le Superdrim, ottiene i fondi per finanziare il suo progetto per svolgere una settimana di attività artistico culturali al giardino del Guasto. Creato negli anni ’70, nel tempo questo piccolo giardino nel cuore del centro universitario era diventato un simbolo della Bologna negativa, degradata, pericolosa: da poco alcuni si erano attivati per recuperarlo e restituirlo alla città. È così che lei contatta un gruppo di bambini di Frosinone che vengono ad effettuare, ogni sera, una performance artistica e futuristica rivolta agli altri bambini e alle famiglie. Grazie al lavoro di Antonella i bimbi della compagnia vengono ospitati da famiglie del luogo, con le quali vivono, e che li portano ogni sera, sotto lo sguardo ammirato dei Bolognesi, ad inscenare il loro spettacolo.
Da allora Antonella Tandi è rimasta sempre responsabile del programma culturale del giardino: ci tiene a che rimanga “uno spazio dedicato ai bambini, ma non animato con attività organizzate dagli adulti: in modo che i piccoli riescano ad appropriarsi al meglio dello spazio e del gioco, in libertà”. Sui tavoli c’è sempre qualche materiale attraverso il quale i bimbi, liberamente, possono esprimere la loro creatività, e qualche merenda “povera” che qualche mamma o nonna porta da condividere con tutti.

“Gli spettacoli” racconta “che organizziamo nelle serate e nei pomeriggi qui al giardino, devono piacere sia ai piccoli che ai grandi, per non annoiare nessuno”. Tra le iniziative più recenti c’è stato anche, quest’estate, un appuntamento serale di storie della buonanotte, in seguito al quale c’era la possibilità per bambini e genitori, di fermarsi a dormire con il proprio sacco a pelo, sotto le stelle: là dove il buio del Guasto un tempo suscitava paura e diffidenza, oggi la stessa oscurità è occasione di aggregazione e svago per famiglie e piccoli cittadini.
Antonella Tandi, nella vita quotidiana è dada alle Giaccaglia Betti e nel suo mestiere ricerca la civiltà a partire dal rapporto con i più piccoli. “Con i bambini, attraverso gli atteggiamenti che si hanno con loro e i luoghi in cui si conducono, è possibile trasmettere il senso del bello, e del prezioso, così come del brutto e dello spiacevole. Con loro mi piace mettermi in posizione d’ascolto, è quella che fa uscire il meglio dei bambini”. Bimbi che spesso, capita, che vadano anche a casa con lei, e alcuni perfino in vacanza. Anche con i genitori si pone come tessitrice di relazioni, per integrare anche le famiglie nuove, o da poco immigrate in Italia. Per tentare di costruire relazioni di fiducia dove anche i genitori stranieri, ai pranzi di condivisione, mangiano quello che gli viene offerto e si fidano, senza per esempio quel timore onnipresente che ci sia il maiale dappertutto.

Grazie a lei e all’associazione di cui fa parte, il Giardino è stato restituito alla città, e in particolare, naturalmente, ai bambini e alle famiglie. Antonella è dunque protagonista di una storia che dimostra come grazie ai cittadini siano possibili grandi trasformazioni. Guardando il giardino, suggerisce di osservare “il miracolo” che si crea in questo particolare spazio: bambini che giocano liberi, un genitore che dipinge in un angolo, mamme che chiacchierano in cerchio senza la preoccupazione di avere sempre l’occhio sui figli, qualche bimba che taglia e cuce pezzi di stoffa, gli assistenti civici che tengono aperta la struttura intenti a studiare. Un’oasi di pace e di socialità aperta tre pomeriggi a settimana.

Augusto Baldelli e Valentina Leonardi

Civiltà è anche decidere del proprio tempo libero, con le proprie risorse, con qualche ora a settimana: scegliere magari di dedicare agli altri, in maniera organizzata e continuativa. Augusto Balzelli e Valentina Leonardi sono marito e moglie da 39 anni. Da sempre al lavoro nel sociale lei, lui si è lasciato guidare dalla consorte alla scoperta del mondo del servizio agli altri soltanto dopo la pensione.

Una grave malattia colpisce la signora Leonardi pochi anni fa: l’allarme, lo sviluppo rapidissimo del tumore, poi l’operazione, la lunga chemioterapia e la guarigione. Dopo, entrambi riprendono ad impegnarsi in tante attività di volontariato. Nonostante siano pensionati entrambi, difficilmente si riescono a trovare a casa: Augusto si dedica, partecipando all’attività di differenti associazioni e in parrocchia, ai bisogni e alle necessità più varie. Fa spesso servizio per malati e disabili, per accompagnarli a visite mediche, controlli ospedalieri, attività in piscina, momenti ricreativi. È lui che si occupa dell’approvvigionamento di viveri per i bisognosi della zona, tramite una struttura di distribuzione organizzata. Si dedica all’assistenza e alla visita di persone sole e senza possibilità di spostarsi da casa.

La moglie Valentina invece è divisa tra l’assistenza ai ragazzi in difficoltà, l’affiancamento di mamme che hanno bisogno di assistenza nella gestione dei figli, per andarli a prendere o portarli a scuola, o tener loro compagnia a casa. Si presta poi per diversi giorni a settimana ad un centro di ascolto non lontano da casa, aperto a chi ha necessità di informazioni su come cavarsela in città o semplicemente di un orecchio che ascolti le proprie vicende.
Difficile dunque, incontrare queste persone sfaccendate: i due figli grandi non hanno ancora dato loro nipoti ed insieme dedicano il loro tempo a quanti non sono autonomi, fisicamente o economicamente.

Genitori delle Scuole Longhena

La civiltà, a volte, nasce anche da esigenze concrete: come il rendersi conto della scarsità di risorse di cui soffre la scuola che rischia di sacrificare anche la qualità delle attività educative. Parte delle attività scolastiche infatti sono gestite direttamente dallo Stato, come la scelta dei maestri, la loro retribuzione, i curricola. Di un’altra parte invece, dalla mensa al personale ATA, si occupa sia economicamente che come gestione il Comune. In mezzo a questi due poteri però c’è un vuoto, tante piccole esigenze per far fronte alle quali non è incaricato ufficialmente nessuno dei due enti. Un vuoto questo, che si traduce in un deficit di circa un migliaio di euro per ogni classe, mille euro che servirebbero per fare fotocopie per gli esercizi in aula e i compiti a casa, colori per le scenografie del saggio di fine anno, ma anche, ahimè, carta igienica e sapone per i bagni.
Mille euro che da anni escono dalle tasche dei genitori, in una logica tappa-buchi. Questo gruppo di mamme e papà delle scuole Longhena di Bologna, classe III A, però,  ha proposto un approccio più lungimirante, pensando in grande e facendo un significativo salto di qualità: l’idea è di una donazione rilevante per dotare la scuola di pannelli solari per produrre energia da utilizzare nella scuola e la cui eccedenza verrebbe venduta all’Enel. È un approccio assolutamente nuovo: perché non caricarsi di un esborso immediato significativo che possa assicurare risorse alla scuola non solo oggi ma anche in futuro?

Da qui nasce il progetto, che nel tempo si fa via via più articolato, di fare una donazione in denaro al Comune, vincolata all’installazione di pannelli solari sopra al tetto della scuola; pannelli il cui rendimento finanzierà in modo innovativo la scuola anche negli anni a venire. Un guadagno per i piccoli scolari dunque, ma anche per il Comune stesso, che risparmierà migliaia di euro di bolletta, dato che la scuola sarà da ora in poi più che autosufficiente, ed anzi potrà godere di parte dei rendimenti dell’energia elettrica venduta ad Enel.
Un’idea nata tra 5 genitori, diffusa col passa parola, non tramite grandi assemblee, che si è perfezionata nel tempo grazie a validissimi funzionari pubblici che hanno aiutato questi genitori innovativi a districarsi con la burocrazia di un simile progetto, migliorandolo sempre di più e rendendolo sempre più immune ai cavilli normativi di varia natura. Un progetto che ha sempre cercato il sostegno personale dentro e fuori dalla scuola, senza passare per organi pubblici o istituzioni. Un’iniziativa dal respiro miracoloso: queste persone non stanno donando ai propri figli, ma a quelli che verranno dopo, nell’ottica di lasciare il posto che hanno frequentato meglio di come lo hanno trovato.
Un progetto che vuole essere anche educativo, perché i bambini sperimentino non solo i benefici dati dagli introiti dell’energia venduta, ma anche lo spirito del dono gratuito, e la realtà di un’energia pulita che sperimenteranno in maniera concreta, con la coscienza che quella luce del corridoio, e quella della classe funzionano grazie al sole che splende sulla scuola. Un risultato  cento volte maggiore di quello che potrebbe scaturire da un qualsiasi laboratorio di educazione alla sostenibilità.
E così hanno già raccolto, tra impegni e versamenti effettivi, più di 35.000 euro di donazioni, a fronte di una spesa di 75.000 al massimo. L’impegno è a raccogliere tutto l’ammontare del costo: nell’eventualità però in cui non si raggiungesse l’obiettivo, interverrà il Comune a finanziare la parte mancante e rifacendosi poi dell’investimento tramite i proventi della cessione di energia elettrica a Enel. Senza dunque che nessuno ci rimetta nulla.
Una storia “rivoluzionaria” che può diventare un esempio di approccio al problema che propone soluzioni a lungo respiro sfuggendo a una logica “tappabuchi” in cui ognuno guarda solo all’anno in corso. Una innovazione totale, tramite la donazione con vincolo: un progetto pilota che potrà essere imitato in tutta Italia perché è costruito su leggi che sono nazionali, e che si sta realizzando nonostante i tanti ostacoli e le obiezioni. Grande l’appoggio anche degli enti pubblici, di imprese e cooperative che hanno voluto contribuire senza sponsorizzazioni e marchette. Tanti anche i personaggi pubblici, che hanno avuto i figli presso la stessa scuola: come Alessandro Bergonzoni, che realizzerà per loro uno spot, e Patrizio Roversi prestatosi per un’intervista web a ruoli invertiti.

Una serie di miracoli di civiltà in fila dunque: genitori che si parlano, prima di tutto, senza litigare per il timore che il proprio figlio sia sfavorito rispetto agli altri. Genitori che decidono insieme, e decidono di prendersi cura della scuola che frequentano i bambini. E il miracolo più clamoroso: genitori che decidono di prendersi cura della scuola a un punto tale che non saranno più i loro stessi figli a beneficiarne, ma i figli di altri.  Per concludersi la realtà di una scuola che, nel suo piccolo, tenta di non pesare sull’ambiente e sulle tasche del Comune.

Nido Gaia

A fine agosto, poco prima dell’apertura dell’anno scolastico, un gruppo di giovani writers ha realizzato un grande graffito sul muro contiguo alla porta di ingresso del nido “Gaia”, nel quartiere Saragozza. È parso subito chiaro al personale del nido che il disegno, a causa alcune scritte inappropriate al contesto, doveva, seppur ben fatto, essere rimosso.
Sono state valutate varie soluzioni alternative a quelle di tipo repressivo normalmente adottate, soprattutto considerata la giovane età dei “trasgressori”: dopo varie riflessioni è emerso che riverniciare il muro poteva non essere una buona idea. Gli stessi autori avrebbero potuto interpretare questo gesto come una sfida e tornare in qualsiasi momento per un nuovo disegno.
Si è dunque pensato a rintracciare gli autori del graffito e spiegare loro che l’opera doveva essere rimossa perché non era adatta ai bambini piccoli. Il Nido “Gaia” è stato pensato in un’ottica di integrazione con il resto della comunità e, ovviamente, con il resto dei giovani che popolano la città. La decisione è stata così di provare a unire l’esigenza creativa dei giovani writers con i gusti e le necessità dei piccoli ospiti del Nido, proponendo ai ragazzi di ricoprire il graffito e di realizzarne uno nuovo.
Dopo essere stati contattati e messi al corrente delle riflessioni fatte riguardo alla loro “bravata”, i ragazzi si sono mostrati subito entusiasti della proposta, accettando volentieri di creare un nuovo graffito a loro spese. Il progetto è proseguito con un altro incontro, nel quale i ragazzi hanno presentato dei bozzetti su carta che sono stati valutati insieme al padre di uno dei bambini del Nido, che di professione fa il grafico. Dopo la scelta dei soggetti da dipingere, i ragazzi si sono messi all’opera, realizzando, nel mese di aprile di quest’anno, il graffito coloratissimo che ora ogni mattina accoglie educatrici, bambini e genitori all’ingresso del Nido.
“È importante, per capire la scelta da noi fatta,” racconta Roberto Malaguti, responsabile del nido “sottolineare la differenza che c’è fra quelli che possono essere oggettivamente considerati atti vandalici (pensiamo alle firme o tag che si vedono spesso in vari punti della città o alle scritte su statue e muri di valore artistico e storico) e gli interventi di modifica del paesaggio urbano che nascono dall’esigenza di molti giovani di abbellire la città in maniera creativa. Siamo convinti sia nostro preciso compito, in quanto educatori e cittadini, insegnare ai ragazzi il rispetto per gli altri e per la città in cui vivono, ma è anche nostro compito capire le cause del fenomeno e cercare soluzioni efficaci e lungimiranti. Bisogna certamente insegnare ai ragazzi che i graffiti sono veri e propri atti vandalici nel momento in cui vengono compiuti senza autorizzazione su muri di proprietà di ignari cittadini, su muri di proprietà pubblica o, peggio, di importanza storica e che possono diventare una vera forma di espressione artistica solo se si inseriscono legalmente nel contesto urbano. Al tempo stesso, è necessario che i cittadini si rendano conto che la problematica riguardante i graffiti deve essere risolta attraverso il dialogo e il compromesso, non con la repressione. Nella maggioranza dei casi, gli autori dei graffiti sono adolescenti e dovrebbe essere ormai risaputo che lo spirito di ribellione che caratterizza questa particolare fase della vita spesso è proprio alimentato dagli atteggiamenti punitivi con cui gli adulti intervengono per risolverli.
L’esigenza dei ragazzi di abbellire i muri e di acquisire notorietà tra i coetanei grazie alle loro opere, non può essere repressa e secondo noi non dovrebbe esserlo. Sarebbero utili, invece, iniziative che permettano ai writers di esprimere la loro fantasia e ai cittadini di ammirare le loro opere, spesso davvero meritevoli. Già da tempo, in diverse città, le amministrazioni comunali sono riuscite a limitare gli aspetti negativi del fenomeno e a sfruttarne la potenzialità artistica, permettendo ai writers di decorare alcuni muri della città.”
Riflettendo meglio sulle cause e sulle caratteristiche degli autori di queste opere, il gruppo del nido Gaia ha valutato che la soluzione adottata abbia accontentato tutti gli attori della vicenda: da parte del nido, non dovranno più preoccuparsi di altri eventuali danni perché il muro è già decorato secondo il gusto del gruppo e quello dei piccoli ospiti del nido; gli autori del graffito sono stati molto contenti e anche un po’ sorpresi che la loro opera ci sia piaciuta e che non sarebbero stati adottati provvedimenti punitivi, si sono sentiti molto motivati nel cercare e proporre dei disegni che potessero piacere a dei bambini piccoli.

Alessandro Alioto

Bolognese d’adozione, Alessandro Alioto è un giovane collaboratore di uno studio grafico: amante dell’arte, dall’ottobre dello scorso anno si è lanciato nella scoperta del servizio per gli altri.
Il suo impegno è simile a quello di tanti altri che collaborano con lui, ma reso ancor più prezioso e stupefacente per via delle condizioni di salute che sono in molti momenti state per lui, seppure giovane, molto precarie: ha infatti subito un delicato trapianto di rene, ma immediatamente ha messo le forze che aveva a disposizione nella sua curiosa attività di Angelo alle Fermate.

In momenti variabili della giornata ma soprattutto di sera o di notte, indossate le caratteristiche “ali”, Alessandro mette le sue energie nel progetto di fare incrociare le persone: camminando per strada, alle fermate o sugli autobus, il suo scopo è quello di strappare un sorriso a chi attende per strada o è isolato nei suoi pensieri sul bus, di mettere in comunicazione le persone che tante volte costruiscono attorno a sé dei muri. “Ho avuto la fortuna di aver incontrato molte persone splendide per la strada, che anche se con situazioni pesanti alle spalle, sono state sempre capaci di regalare un sorriso, a me, e a quanti le circondavano”. Capita a volte perfino che le persone abbiano un tale bisogno di essere ascoltate che, quando Alessandro arriva alla fermata per tenere compagnia a chi sta attendendo il bus, lascino passare due, tre, quattro corse dell’autobus che serviva a loro per tornare a casa, solo per continuare a chiacchierare un altro po’.
La passione per l’arte gli rende particolarmente gradita la sua mansione di ricordare ai passanti e turisti le giornate dei musei aperti: “Bologna è piena di opere d’arte da visitare, vedere, esplorare, ed è un peccato che tanti troppo spesso si lascino scappare l’opportunità di un museo aperto oltre l’orario o di un entrata gratuita. I musei civici, per esempio, sono miniere di tesori, e ciascun bolognese dovrebbe trascorrerci almeno una giornata!”.

Il tempo libero di Alessandro lui lo dedica ad animare la città, di parole, di relazioni e di cultura. Non è volontariato, ci racconta: è il modo migliore e più divertente che ho trovato per dedicarmi a me e alla città.

Soumya Sabir

Soumya Sabir è arrivata a Bologna quando aveva 17 anni: emigrata dal Marocco con la sua famiglia, ricorda ancora lo smarrimento dei primi giorni, quando, ai tanti “ciao!” di chi la incontrava, non sapeva come rispondere (e nemmeno cosa significasse la parola!) e la grande città sembrava un unico enorme caos, molto diverso, per colori, temperatura e profumi, dalla cara Marrakech che aveva lasciato.
Figlia di genitori che abitavano in un paesino in odor di deserto, Soumya arriva dunque in seguito al ricongiungimento famigliare col papà, in Italia già da qualche anno.
Passato il periodo di adattamento, Soumya frequenta l’istituto salesiano per grafici pubblicitari, dove ottiene il diploma, per poi iscriversi all’Accademia di Belle Arti, dove studia design grafico.
Sono roami 6 anni che è a Bologna, si è sposata, parla un ottimo italiano e dedica il suo tempo ad attività di mediazione interculturale. Con grande pacatezza, bontà e dignità fornisce aiuto agli altri immigrati, è divenuta figura di riferimento soprattutto per le sue connazionali: svolge il ruolo di interprete, compila permessi di soggiorno, aiuta i migranti ad ambientarsi. Svolge attività di doposcuola, insegnamento d’arabo, assistenza di anziani ed si presta anche a piccoli corsi personalizzati, a chi glielo chiede, di grafica, di cui lei è esperta.
Ha dato un contributo fondamentale anche nella costituzione di una associazione, denominata “Jari”, cioè “Mio Vicino”, che è di punto di riferimento per chi arriva da paesi lontani, ed ha voglia di conoscere Bologna, oltre che la lingua e le persone del luogo.
Tra i molteplici interessi di Soumya ci sono anche la fotografia, la litografia, e il giornalismo, non perdendo occasione di frequentare corsi e seminari di argomenti che riguardano l’intercultura, l’integrazione, le buoni prassi di convivenza civica, i rapporti tra le generazioni: insomma, tutte le tematiche relative al vivere – e convivere – in pace ed armonia.
Con la stessa centratura con la quale si è resa punto di riferimento per tanti altri, riesce a tollerare con equilibrio i pregiudizi che ancora, talvolta, le chiudono qualche porta: Soumya è molto legata alle tradizioni, porta il velo, ed è consapevole di recare un segno visibile della sua cultura d’origine.
Una vera e attiva mediazione interculturale, un ponte tra generazioni, un contatto tra vicini di casa, una presenza sempre benevola: Soumya testimonia con il suo apporto la possibilità della conciliazione di attivismo e rispetto dei tempi “vitali”, di disponibilità all’ascolto e consapevolezza dei valori di cui è portatrice.  Una donna moderna in un’epoca in evoluzione, a cavallo di un quotidiano spesso contraddittorio.